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Buddusò 200 anni di matrimoni (1733-1933)

Tra le fonti documentarie che si possono reperire nell'archivio storico della nostra parrocchia ricoprono un rilevante interesse i Quinque libri: cioè i registri dove in seguito alle disposizioni del Concilio di Trento (1563) i parroci o un sacerdote da lui delegato erano obbligati a registrare i matrimoni, i battesimi, le cresime, le morti e lo stato delle anime dei parrocchiani.
Questi volumi sono una fonte di notizie inestimabile per coloro che sono interessati agli studi genealogici, alle ricerche statistiche, linguistiche, storiografiche, antropologiche e demografiche; inoltre permettono di ricostruire i movimenti della popolazione prima dell'istituzione dell'anagrafe statale che a Buddusò venne istituita nel 1866 perchè forniscono la registrazione ininterrotta della popolazione buddusoina a partire dal Settecento.
Questa indagine prende in considerazione esclusivamente il Liber Matrimoniorum, e riguarda gli atti dei matrimoni registrati a Buddusò nel Settecento, Ottocento ed i primi trentatre anni del Novecento.
I volumi esaminati sono otto cosi suddivisi:

I 1733-1775
II 1775-1821
III 1821-1846
IV/a 1847-1881
IV/b 1847-1881
V 1881-1907
VI 1908-1922
VII 1923-1929
VIII 1929-1939
Nei due secoli presi in esame (1733-1933) sono stati celebrati 3.551 matrimoni. Una parte di questi, 538, riguardano individui che si sposarono diverse volte, in particolare nel Settecento, e così suddivisi: 80 tra vedovi, 303 tra un vedovo e una nubile e 155 tra una vedova e un celibe. Questo fenomeno è da attribuirsi alla bassa durata media della vita, causata da malattie, pestilenze, carestie e cattiva nutrizione.
I maschi non residenti che contrassero matrimonio con una donna residente a Buddusò furono 333: di questi 190 provenivano da 57 centri della Sardegna; le località maggiormente interessate erano: Pattada 58, Alà 33, Osidda 32, Ozieri 23, Sassari 12, Terranova Pausania 11, Nule 9, Berchidda 8, Torpè 7, Benetutti 7, Tempio, Monti e Posada 6, Calangianus e Bitti 5; 2 individui, appartenenti alla famiglia Semedey, venivano da Brando, un paese della Corsica; il capostipite della famiglia Ferreri, un certo Giuseppe Antonio, proveniva da Montanaro (Torino); 4 individui che formarono le famiglie Carlini e Albergucci provenivano da Lama Mocogno (Modena); da Ponza proveniva Michele Colonna Coppa, capostipite della famiglia Colonna-Puliga; l'insegnante Emilio Cocco proveniva da Cagliari; il paese d'origine dei del Pizzo è Taranto; i Pischedda sono originari di Prodo (Terni); il ceppo dei Diana è originario di Sassari.
Le donne non residenti che contrassero matrimonio con un maschio residente erano 93, e provenivano da 25 centri della Sardegna; la maggior parte dei centri coinvolti erano: Alà dei Sardi 16, Pattada 15, Tempio 11, Benetutti 7, Terranova Pausania e Osidda 5, Ozieri e Bitti 4, Monti, Sassari e Nule 3, due provenivano dal continente: una da Bologna e l'altra da Scarlino (Grossetto).
Dal registro si rilevavano informazioni interessanti, tra cui: sulla grafia dei cognomi, ad esempio: molti hanno subito modifiche significative, come l'inglobamento del prefisso de: de Tory,de Ettori in Dettori, de Jana in Dejana; vocali o consonanti sono state modificate: Addes in Addis, Sanchu in Sanciu, Artana in Altana,Tuquone e Tuquony in Tuccone e Tucconi, Bachu in Baciu e Bacciu, Quessa in Chessa, Charra in Zarra: la causa di questa trasformazione riflette in genere il passaggio dalla grafia spagnola a quella italiana oltre alle difficoltà che il sacerdote poteva avere nel rendere per iscritto la pronuncia dei cognomi sardi, soprattutto negli atti redatti in spagnolo. Ho trovato interessante anche il gran numero di nomi propri di persona non più in uso nella nostra comunità, tra cui: Leone, Monserradu, Apolinariu, Jeronimo, Jayme, Dorothea, Buenayta, Gennariu, Didaco.
Numerosi i cognomi di famiglie estinte, che hanno cambiato residenza, oppure, visto il significato del cognome, lo avevano cambiato: Poleddu, Pistuddy, Ruspu, Culu, Massule, Truiscu, Pitale, Muscado, Badduleri-u, Barra, Muzzigone, Murripintu, Armina, Loromeddu, Cochula. Altri cognomi corrispondono al luogo di prevenienza dell'individuo: Roma o de Roma, de Bono, Bantine e de Quirra.
Dagli atti si desume che nel nostro centro, in particolare nei Saltos de Josso, la coabitazione prematrimoniale era una prassi diffusa e radicata nel tessuto sociale, anche se col tempo questo comportamento fortemente condannato dalla chiesa (ma non dalla società) andrò affievolendosi.
Le cause che favorivano questa antica consuetudine, che sicuramente risale al periodo precedente al matrimonio romano, erano diverse: tra le altre la tendenza a sposare persone all'interno del proprio gruppo di parenti oppure del proprio ceto sociale, le lungaggini burocratiche e soprattutto la difficoltà, in particolare per le classi meno abbienti di affrontare le spese della festa che si usava fare dopo la celebrazione del matrimonio religioso. Per cui molte coppie al consenso della chiesa preferivano, una specie di contratto verbale, stipulato fra le rispettive famiglie e l'impegno reciproco di vivere insieme per tutta la vita.
Le copie che coabitavano e che intendevano ufficializzare l'unione, oltre che un costo, dovevano affrontare anche delle penitenze. Le più comuni erano queste: i futuri sposi, come disponeva il Sinodo diocesano, durante tre giorni festivi dovevano presentarsi nella chiesa parrocchiale e assistere alla messa maggiore, in piedi, davanti all'altare con una candela accesa in mano. Nell'Archivio della Curia vescovile di Ozieri un documeno descrive il modo in cui si applicava la penitenza nella parrocchia di Berchidda. È la testimonianza di un certo Lorenzo Soddu e risale al 20 settembre del 1843: «Tutti i coabitanti prima di unirsi in matrimonio fanno la penitenza ascoltando in chiesa la Santa Messa con la candela accesa in mano, stando in piedi, l'uomo scalzo e la donna con i capelli sgramegliati, ed in seguito vengono assolti dal parroco toccandoli colla bacchetta, recitando il miserere.»
Dai registri emerge che dal 1733 al 1742 gli atti venivano redatti in sardo, dal 1742 al 1765 in castigliano, dal 1765 al 1923 in latino e dal 1923 in italiano.
Generalmente gli atti riportano la data del matrimonio e il nome e cognome degli sposi; nel Settecento e nell'Ottocento veniva trascritto anche il soprannome, che nel tempo diventava frequentemente il nuovo cognome. Inoltre è registrato il luogo di provenienza e lo stato civile: soltero/a, celibe/nubile, in certi atti per indicare i nati all'interno di famiglie che hanno ottenuto il cavalierato ereditario o la generositas, distinzione nobiliare, veniva usato il sostantivo doncel e doncella; viudo/a, in spagnolo, batiu/a in sardo, indicavano un vedovo/a. Insieme venivano registrati i nomi dei testimoni. L'atto si chiude con la firma del sacerdote officiante. Nella prima metà del Settecento negli atti non compare il nome dei genitori degli sposi: informazioni che appaiono soltanto a partire dal 1765. Non vengono invece trascritti la professione e l'età degli sposi: questi dati appaiono per quanto riguarda l'età alla fine dell'Ottocento e riguardo alla professione nei primi decenni del Novecento. Quando si tratta di matrimoni fra consanguinei viene indicato il grado di parentela con riferimento alla dispensa pontificia rilasciata dal vescovo o dal canonico penitenziere.
Con questa ricerca è stato possibile ricostuire anche i nomi dei parroci che hanno amministrato la nostra parrocchia insieme ai nomi dei sacerdoti che hanno avuto cura delle anime dei buddusoini. Inoltre ` stato possibile rilevare l'intreccio delle famiglie buddusoine sia tra individui locali che tra individui provenienti da altri centri dell'isola, in particolare con individui dei centri vicini e individui provenienti dal di fuori dei confini della Sardegna.
Nel dare alle stampe questa ricerca ringrazio il nostro arciprete parroco don Nino Carta per avermi facilitato il lavoro rendendo continuamente disponibili i registri.
Il professor Manlio Brigaglia prodigo di consigli e precisazioni.

TOMASO TUCCONE